The Pace
Il ritmo del valore nel tempo. Terzo volume della trilogia Alta Fedeltà. Nota al lettore e capitolo 1.

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Nota al lettore
The Pace è il terzo e ultimo volume della trilogia Alta Fedeltà, e può essere letto autonomamente, senza aver letto i primi due. Chi desidera conoscere per intero le storie di Alberto, Mapi, Luz e Vespa, prima che si incontrassero qui, può cercare Il Metodo Walkman e The Conductor, i due volumi che precedono questo.
Capitolo 1
Bruxelles, la sera
Il treno da Ginevra arrivò con dieci minuti di ritardo, un ritardo che a Bruxelles nessuno si scusava mai di annunciare, come se la puntualità fosse un lusso riservato ad altre stazioni d’Europa. Alberto scese sotto la pensilina della Gare Centrale con lo zaino su una spalla sola, il gesto meccanico di sempre, quello di un uomo che da quindici anni si guadagnava da vivere sedendosi ai tavoli delle imprese familiari europee nel momento più fragile della loro storia, quando il fondatore che le aveva costruite lasciava il posto a chi veniva dopo, un mestiere che lo aveva portato, negli anni, da un capannone spagnolo a un grattacielo torinese, e che ogni volta gli lasciava addosso qualcosa che non riusciva più a togliersi del tutto prima della tappa successiva, e cercò tra la folla il volto che non vedeva da mesi, quello di Raffaele, non quello che invece lo stava aspettando davvero.
Mapi era ferma accanto a un pilastro, lontana dal punto in cui i taxi si accalcavano, con un cappotto blu scuro che a Getafe non le sarebbe servito e un’espressione che Alberto conosceva bene, quella di chi ha già deciso l’ordine delle cose che vuole dire, e non ha alcuna intenzione di lasciarselo scombinare da un ritardo di dieci minuti. Era stata la prima cliente a fidarsi davvero del suo metodo, anni prima, quando Mecánica Ibarra rischiava di chiudere e lei, poco più che trentenne, si era ritrovata a dover decidere da sola che cosa salvare di un’eredità che nessuno le aveva mai insegnato a gestire, una storia che aveva richiesto un anno intero, cinque comandi e un quaderno nero per essere raccontata fino in fondo, e che i due non finivano mai davvero di raccontarsi da capo, ogni volta che si rivedevano, come se una parte restasse sempre sospesa in attesa di un capitolo successivo.
«Alberto.»
«Mapi.»
Non si abbracciarono. Restò tra loro, per un istante più lungo del necessario, quel tipo di silenzio che due persone si concedono solo quando sanno di avere alle spalle qualcosa di vero da misurare, e nessuna fretta di misurarlo subito.
«L’hotel è a due passi, ho pensato che potessimo lasciare lì la valigia e fare una passeggiata prima di cena» disse Mapi, incamminandosi già in una direzione che Alberto non conosceva. «A cena poi ci raggiunge Ariane. Ci siamo già parlate un paio di volte in videochiamata, per via tua, ma non ci siamo mai viste di persona: sono curiosa di scoprire se dal vivo è come me l’ero immaginata.»
«Ariane Vencourt» disse Alberto, più per Mapi che per se stesso. «Consulente ginevrina, finanza e arbitrato internazionale. È lei che a Bruxelles, mesi fa, mi pose la domanda a cui non avevo ancora saputo rispondere, quale fosse il ritmo giusto per far crescere quello che sto costruendo. Voi due vi conoscete solo attraverso uno schermo, ma avete già lavorato, ciascuna a modo proprio, sullo stesso identico problema.»
L’hotel era davvero a pochi minuti, un edificio d’angolo con le insegne discrete che a Bruxelles distinguono gli alberghi seri da quelli che vogliono solo sembrarlo, e dopo che Mapi ebbe lasciato la valigia alla reception senza nemmeno salire in camera, i due uscirono di nuovo nella sera che cominciava a raffreddarsi, con quella luce obliqua che nelle città del nord arriva sempre un’ora prima di quanto ci si aspetti.
Camminarono in un silenzio che non aveva nulla di imbarazzato, attraversando una città che alternava l’eleganza un po’ stanca dell’Ottocento a vetrine di piccoli ristoranti etiopi e agenzie di traduzione, finché la strada si aprì su una piazza minore, quasi dimenticata, dove due statue di bronzo dominavano uno spiazzo che il resto della città sembrava aver smesso di guardare da tempo. Un uomo a cavallo, magro fino all’eccesso, con una lancia alzata contro un nemico che non esisteva. Dietro di lui, su un asino più basso e più paziente, un uomo tozzo che non guardava in alto verso il cielo ma dritto davanti a sé, verso la strada.
«Don Chisciotte e Sancho Panza» disse Mapi, fermandosi a pochi passi dal gruppo scultoreo. «Madrid lo regalò a Bruxelles nell’ottantanove, quando la Spagna presiedeva la Comunità Europea. È una copia esatta di quello che sta a Madrid, in Plaza de España. L’ho scoperto un anno fa, tornando da una riunione andata male, e ci sono rimasta seduta più di un’ora su quella panchina, senza sapere ancora perché mi importasse così tanto.»
Alberto non rispose subito. Guardava il cavaliere e lo scudiero con un’attenzione che andava oltre la cortesia dovuta a chi lo aveva portato lì apposta, e in quel silenzio gli si affacciò un pensiero che non pronunciò ad alta voce: quanto quei due bronzi somigliassero, in fondo, a loro stessi, all’uomo che per anni aveva inseguito diagnosi sempre più ambiziose per salvare Mecánica Ibarra e alla donna che invece aveva tenuto i piedi per terra ogni singolo giorno in cui l’azienda rischiava di fermarsi, l’uno con lo sguardo alzato verso soluzioni che a volte sembravano mulini a vento, l’altra con lo sguardo fisso sulla strada, sul prossimo pagamento, sul prossimo turno, sulla prossima decisione che non poteva aspettare una teoria.
Mapi lo osservò per qualche secondo, come se stesse leggendo quel pensiero senza che lui glielo avesse davvero raccontato, e poi disse, piano, quasi rivolta più alla statua che a lui: «Sappi, Alberto, che un uomo non è più di un altro, se non fa più dell’altro.»
Alberto la guardò.
«È Don Chisciotte a dirlo a Sancho, nel romanzo» spiegò lei, «il cavaliere allo scudiero, quello che sta più in alto a quello che sta più in basso. Io la giro sempre al contrario, quando la penso, perché sono io quella che firma i bilanci, e sei tu quello che per anni è venuto a ricordarmelo comunque, senza che io te lo avessi mai chiesto con queste parole.»
«E il cavaliere, allora, che ruolo ha?»
«Serve a ricordarti perché stai camminando» rispose Mapi, «anche quando è lo scudiero a decidere il passo. Il problema arriva solo quando uno dei due comincia a credere di poter fare a meno dell’altro.»
[L'estratto si interrompe qui. Il capitolo prosegue nel volume.]
Indice
Parte prima. Europa
- 1. Bruxelles, la sera
- 2. Bruxelles, la mattina
- 3. Parigi, l'officina digitale
- 4. Madrid, l'acqua e la terra
- 5. Roma, il silenzio
Parte seconda. Africa
- 6. Casablanca e Algeri
- 7. Madrid, tra due voli
- 8. Dakar e Addis Abeba
Parte terza. America
- 9. Washington, di ritorno
- 10. New York, il passaggio
- 11. Vienna, il corridoio Otto
- 12. Tirana, andamento lento
In chiusura
- Nota su nomi e fatti
- Nota dell'autore
© Antonino Fischetti. Tutti i diritti riservati. Estratto pubblicato a scopo promozionale.